Il cibo è al centro del quotidiano di tutti, sia che lo si viva esclusivamente come via per soddisfare un bisogno primario dell'organismo, sia che lo si consideri un imprescindibile rituale di piacere.
Tante volte rifugio consolatorio nei momenti di ansia e solitudine, molte altre nemico da cui fuggire per apparire belle, magre e desiderabili mettendo a rischio la propria salute. Eppure cucinare, e poi mangiare, dovrebbero essere per tutti sinonimo di cura, dedizione, socialità, gioco e comunicazione. Pensando alla tavola come luogo sacro di incontro, gli esperti di Cucinoterapia insegnano a considerare il cibo un nutrimento dell'anima: cucinare permette di ritrovare se stessi e di relazionarsi con gli altri recuperando fiducia e istinto alla socialità. La Cooking Therapy, infatti, lavora sul corpo e sulla mente, affinando la percezione di sé e la gestione dei rapporti interpersonali. Tutto ciò che accade in cucina trasporta in una dimensione speciale, dove l'atto più ordinario, quotidiano e universale, ovvero la preparazione del cibo , diventa la meravigliosa e travolgente esperienza di un rito che si rinnova ogni giorno e che coinvolge la persona nella sua totalità. Quando si cucina, spalle, mani, polsi, gomiti e collo sono impegnati nella ricerca di un buon equilibrio generale, dell'energia e della forza muscolare.
Tutti i sensi sono attivati, migliora la capacità di gestione del tempo, si affinano versatilità, memoria e concentrazione. E, insieme al corpo, viene coinvolta la mente: davanti ai fornelli rilassamento e quiete prendono il posto dei brutti pensieri. Non a caso questa disciplina, nata quasi per caso, è diventata nel tempo parte integrante non solo delle terapie cognitivo-comportamentali, ma anche dei programmi di recupero gestiti dalle comunità per tossicodipendenti e dalle strutture dedite all'assistenza di persone con handicap mentale o fisici. La Cucinoterapia rappresenta, infatti, uno strumento per avvicinare o ritornare alla normalità della vita quotidiana, oltre che una via per curare in maniera creativa e non medicalizzata disturbi più o meno gravi legati a stress, angoscia e depressione. " Questa è un'attività che con i nostri ospiti del CD Alfabeto pratichiamo settimanalmente - spiega Patrizia Macelloni, referente di struttura - L'obiettivo è preparare piatti elaborati, che richiedono tempo, impegno e attenzione e che, a cottura ultimata, regalano profonda soddisfazione agli occhi e al palato e, quindi, stimolano a reagire.
Alcuni piatti, in particolare, si rivelano particolarmente efficaci come modulatori dell'umore: sono le paste fatte in casa e i dolci, perché lavorare con le mani acqua e farina è un potente antistress. E, poi, la lievitazione lenta insegna a ritrovare la calma, a non spazientirsi per l'attesa e ad amministrare il proprio tempo senza frenesia. La cucina è anche il luogo ideale per accrescere la propria autostima, imparare a sentirsi autonomi e autosufficienti, scoprire la strada per esprimere tutta la propria creatività eventualmente repressa, gratificarsi. Cucinare è, dunque, un gesto di generosità prima di tutto rivolto a se stessi, e poi agli altri: creare cibi speciali per gli amici o i familiari favorisce la condivisione delle esperienze sensoriali e facilita il contatto e la comunicazione. Se, poi, si cucina in compagnia, i fornelli diventano uno strumento di dialogo e scambio, a volte anche di confidenza."